Mezze maniche in barattolo con asparagi e toma piemontese

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In sette anni non era mai (e ribadisco MAI) successo che i miei figli si ammalassero tutti e tre insieme… fino ad oggi! E tutti e tre sotto antibiotico poveri i miei cucciolotti! Eh si, perchè noi le cose o si fanno per bene o non si fanno! E tanto per non farsi mancare niente mi son presa pure la congiuntivite, tanto che mi resta difficile persino stare al pc! Però ormai l’appuntamento con “il lunedì senza carne” è diventato per me irrinunciabile per cui stringo i denti e vado avanti con questo post, anche perchè questa ricetta, nella sua semplicità, è davvero ottima e tutto il merito va alla toma che ci hanno portato i nostri amici da Vercelli: uno dei formaggi più buoni che abbia mai mangiato, sia semplicemente con miele e marmellate, sia in cucina fondendo alla perfezione!

Asparagi e toma_01

 

Ingredienti per 4 persone:

  • 320 g di mezze maniche
  • 1 mazzo di asparagi
  • 2 belle fette di toma piemontese
  • 1 scalogno
  • olio EVO Dante
  • sale

Procedimento:

Pulire gli asparagi togliendo la parte terminale più dura e pelando con un pelapatate il resto del gambo. Lavarli bene e tagliarli a rondelle.

Sbucciare e tritare lo scalogno e metterlo in padella con tre cucchiai di olio EVO Dante. Quando sarà caldo aggiungere anche gli asparagi.

Nel frattempo mettere sul fuoco l’acqua per la pasta insieme ai gambi di asparagi più duri. Far bollire qualche minuto, quindi togliere i gambi e utilizzare qualche cucchiaio di acqua per portare gli asparagi nella padella a cottura. Salare.

Salare anche l’acqua della pasta e cuocere la pasta. Scolarla e versarla nella padella con gli asparagi.

Tagliare la toma a dadini e unirla in padella. Saltare la pasta e servirla molto calda, se preferite nei barattoli come ho fatto io!

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Supa Barbetta di Nicoletta

E così ho fatto anche la rima. La mia cara amica Nicoletta, appassionata di tutto ciò che riguarda la montagna, dagli sport estremi alle tradizioni culinarie, mi ha inviato questa bellissima ricetta valdese a base di toma e cavolo, molto speziata e di semplice esecuzione.

Sono felice che il blog mi permetta di condividere queste ricette, affinchè non vadano mai perdute le tradizioni culinarie della nostra bella Italia.

Ricette della tradizione: Supa Barbetta

di Adriano Ravera e Elma Schena

La supa barbetta è un piatto antico che affonda le sue origini nella soupe mitonnée e dal forte valore simbolico, un piatto che accomuna i commensali per la sacralità del pane, una liturgia presente in tutte le religioni.

Ogni anno, il 17 febbraio, è festa grande in tutta le valli valdesi per ricordare la conquista dei diritti civili firmata da Carlo Alberto nel 1848 dopo una lunga storia di persecuzioni, guerre, coraggiosa clandestinità sui monti.
“Prendendo in considerazione la fedeltà ed i buoni sentimenti delle popolazioni valdesi ci siamo di buon grado risoluti a farli partecipi di tutti i vantaggi conciliabili con le massime generali della nostra legislazione. Epperciò i Valdesi sono ammessi a godere di tutti i diritti civili e politici dei nostri sudditi, a frequentare le scuole dentro e fuori delle Università e a conseguire i gradi accademici” si legge nelle Lettere Patenti conservate nel museo di Torre Pellice, la Ginevra italiana nella definizione di Edmondo De Amicis.

La notizia, giunta improvvisa dopo secoli di repressioni sanguinose, scatenò forte entusiasmo tra la popolazione. Ibarbet* (da barba, l’appellativo dei predicatori itineranti che giravano a due a due per l’assistenza spirituale nelle famiglie) accesero enormi falò sulle montagne per salutare la libertà. Seguirono funzioni religiose, cortei, discorsi e un grande banchetto nel cortile dell’Hotel de l’Ours con trecento commensali.

A Torre Pellice, dunque, il 17 febbraio è festa per ricordare “l’emancipazione”, momento di affratellamento anche a tavola: indossati gli antichi costumi della valle, la gente si ritrova davanti alla soupa, la tradizionale zuppa di pane, brodo e toma fresca più conosciuta, per la sua origine, come soupa barbetta. La ricetta, già preparata a Natale e Capodanno nelle vecchie famiglie cattoliche, è di facilissima esecuzione perché a base di semplici fette di pane raffermo cotte a lungo in buon brodo di carne fino a raggiungere la giusta omogeneità. La regola impone di mai rimestare: a fine cottura pane e grissini devono rimanere integri.

* Barbet, in Piemonte divenne negli anni sinonimo di persona lontana dalla religione, eretico o anche ateo. Barba, è lo zio e, in una connotazione più estesa, un segno distintivo dei maschi più autorevoli. Tra i valdesi diventò anche una forma di prudenza: il termine creava voluti equivoci facendo credere che il predicatore fosse persona di famiglia, un modo per depistare gli inquisitori.

Ingredienti:

  •  500 gr di grissini o pane raffermo,
  •  300 gr di toma fresca,
  •  100 gr di burro,
  •  2 litri di brodo di carne,
  •  2 foglie di cavolo verza,
  •  spezie miste: chiodi di garofano, noce moscata, cannella.

Preparazione
Ungere di burro il fondo di un tegame di terracotta, o meglio ancora di una “basina” di rame, e ricoprirlo con le foglie di cavolo; sistemarvi sopra uno strato di grissini e di pane raffermo a pezzetti, coprire con un po’ di toma fresca a dadini, qualche fiocco di burro e insaporire con un pizzico di spezie in polvere. Ricoprire con un altro strato di grissini e pane, uno di formaggio, fiocchetti di burro e spezie fino a esaurimento degli ingredienti.
Bagnare con il brodo e cuocere a calore moderato per circa due ore senza mai rimestare. Servire molto calda con burro spumeggiante insaporito da qualche chiodo di garofano.